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Teatro e Sordità – Come aggiungere ironia

Disponibile a breve anche tramite podcast.

Mi è capitato spesso di lavorare con giovani adulti affetti da sordità, i quali utilizzano protesi acustiche o impianto cocleare atti a migliorare la quantità e qualità delle informazioni che giungono all’apparato uditivo. Eppure, le protesi o l’impianto, uniti ad anni di terapia logopedica che hanno sicuramente migliorato la qualità della loro vita e delle relazioni, in alcuni casi non sono sufficienti.
Mi trovo a condurre un intervento di logoteatroterapia con Grazia (nome di fantasia come i seguenti) insieme ad Antonella, Pietro, Andrea e altri. Giovani sui venticinque-trent’anni, che si sono laureati, sposati, hanno trovato un lavoro. Sono quindi ben inseriti nella società e stanno costruendo il proprio percorso di vita. Cos’è dunque che manca, che ancora può essere affinato? È presto detto: l’ironia.
Mi accorgo ben presto che la maggior parte dell’attenzione di ciascuno di loro (sia visiva che uditiva) risiede nel comprendere la frase pronunciata dall’interlocutore di turno, il quale magari parla troppo velocemente, a denti stretti, mangiandosi le parole, a volume troppo basso o troppo alto. Pertanto, se i nostri sono tutti concentrati alla comprensione della frase, come potrebbero notare anche l’espressività vocale che renderebbe chiaro a qualsivoglia persona udente se la frase appena pronunciata è ironica oppure no? Gli aspetti prosodici del linguaggio, l’espressività, il “colore” che mettiamo quasi in ogni discorso, è un elemento davvero difficile da comprendere per chi è affetto da ipoacusia. E quindi la logoteatroterapia può essere enormemente utile in questo specifico ambito, ampliando il punto di forza, ovvero le informazioni visive e integrandole immediatamente a quelle uditive.
Con un training mimico-espressivo, nel quale ciascuno sperimenta il proprio corpo in situazioni extra-quotidiane, e osserva attentamente il corpo degli altri attivando il sistema mirror così da comprendere cosa l’altro stia provando in quel momento, poniamo le basi per la comprensione totale dell’atto comunicativo. Quindi recitiamo piccole scene, procedendo con estrema lentezza per allenare la comprensione verbale e non verbale di quel che ciascuno compie in prima persona e altresì osserva dagli altri. Man mano aumentiamo la velocità, fino a giungere al naturale ritmo di una conversazione spontanea. E a questo punto ciascuno dovrebbe essere in grado di integrare la postura, la mimica facciale, la gestualità del proprio interlocutore alla frase che questi sta pronunciando; di conseguenza le informazioni corporali compensano il deficit uditivo, rendendo chiaro a chi ascolta se chi parla stia parlando seriamente o in senso ironico, data l’evidente differenza dell’utilizzo degli elementi corporei sopra citati.
Con Grazia, Antonella, Pietro e gli altri tutto questo lavoro fu estremamente divertente, anche se non mancarono momenti di frustrazione, incomprensione, difficoltà di vario genere, necessità di azzerare tutto e ricominciare da capo. Ma, come abbiamo già esplicitato più volte, meno male che esiste il teatro. L’unico luogo dove ci si può accorgere di una frase detta male, di un gesto scorretto, di uno sguardo sbagliato; l’unico spazio-tempo in cui ci si ride su e si dice: forza, tutto da capo.

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