domenica 24 maggio 2020

Teatroterapia: partire dal vissuto quotidiano

Nella teatroterapia in videochiamata si continua a lavorare su numerosi aspetti che hanno come fine ultimo la corretta acquisizione e la comprensione del linguaggio.
Uno di questi risulta la differenza tra discorso indiretto e diretto, tanto caro alle nostre maestre
di italiano della scuola primaria. Mi riferisco a tutti quegli esempi di frasi come La mamma chiede a Rita di mettere in ordine la stanza che divengono vita vera grazie all’interpretazione del
personaggio Mamma, la quale recita la battuta: “Rita, stellina della mamma, metti in ordine la stanza, per favore”. Ovviamente si lavora altresì sul contenuto emotivo della frase, che può essere dolce e affettuoso, irato e anche aggressivo: “Rita, quante volte te lo devo dire: metti in ordine questa benedetta stanza!” Non c’è niente di meglio del teatro per vivere in prima persona tale differenza, e pertanto apprenderla in maniera profonda e incontrovertibile.
Ma quando, nel laboratorio di Logoteatroterapia mi trovo a esercitare questa competenza con i miei bambini audiolesi, che hanno già partecipato a spettacoli in teatro, mi accorgo che trovano ancora molte difficoltà e che il passaggio è per loro tutt’altro che scontato. Dov’è l’intoppo, mi domando. E poi, finalmente, mi rendo conto che li stavo esortando a esercitare tale competenza su frasi generiche, con personaggi neutri, dei quali non hanno esperienza diretta. Magari perché per quanto concerne specificatamente il riordino della camera sono impeccabili, per esempio. Li incoraggio quindi ad attingere ai loro vissuti personali e familiari, tirando in ballo sorelle e fratelli, ancora genitori e pure i nonni. Poi, sfrutto ciò che apprendo delle loro famiglie per fare esempi credibili, in situazioni che loro stessi mi hanno raccontato più volte. E il gioco è fatto.
Agganciandosi alla memoria di eventi e rapporti che conoscono fin troppo bene, non hanno alcuna difficoltà a saltare dal discorso indiretto al diretto e viceversa. Una volta consolidato
l’apprendimento grazie a numerosi esempi, possiamo passare a personaggi generici e infine anche scrivere insieme il testo teatrale della storia di Rodari su cui stiamo lavorando da un po’.
I bambini ancora non possiedono il cumulo di diverse esperienze che appartiene al mondo adulto. È quindi necessario partire dal loro vissuto quotidiano per vederli in pochi minuti “spiccare il volo”.

sabato 25 aprile 2020

Teatroterapia in videochiamata: parliamo in balenese

La teatroterapia in streaming pone dei limiti oggettivi per i ragazzi audiolesi,
soprattutto riguardo alla comprensione del messaggio verbale.
Non abbiamo a disposizione il tono della voce, i messaggi non verbali che il corpo trasmette, la gestualità a sostegno di ciò che vorremmo comunicare. Inoltre, la voce spesso si blocca, arriva in ritardo, o il suono è spezzettato. Diventa perciò ancor più importante la corretta articolazione delle labbra e la lentezza nel pronunciare le parole.
Ecco che la videochiamata ci ha permesso di mettere a fuoco una difficoltà evidenziandola ancor più che nella vita reale, dandoci la
Cecilia Moreschi
possibilità di esercitarci in merito.
Dopo gli opportuni esercizi di coordinazione per bocca e lingua, passiamo a
posizionare le labbra esagerando l’apertura, per enunciare le cinque vocali.
Ovviamente, sono attività che abbiamo svolto spesso nei precedenti laboratori di logoteatroterapia; tuttavia, la necessità di ripeterli in questo particolare periodo è naturalmente aumentata.
Per la A la bocca è completamente spalancata, per la E è come se stesse sorridendo, per la I è
sufficiente stringere il sorriso di prima, per la O occorre fare un bell’ovale, e per la U
un cerchio piccolino, nel quale però il dito mignolo deve poter entrare.
Una volta assunte tutte le posizioni, propongo alle mie giovani aspiranti attrici di
prendere un bel respiro e introdurre la voce. Emettiamo quindi un suono prolungato,
nel quale sarà sufficiente cambiare la posizione delle labbra per ascoltare le cinque
vocali. Ognuna di loro prende quindi coscienza che la posizione della bocca è
fondamentale per il suono che si vuole produrre. Poco dopo elimino la voce e prendo
solo una delle 5 posizioni: ciascuna di loro dovrà indovinare solo da quest’ultima la vocale a cui si riferisce (esercitando così la lettura labiale).
Poco dopo, ciascuna farà a me lo stesso indovinello. Manca poco al termine del nostro incontro virtuale e decidiamo di finire pronunciando a voce alta e con la massima lentezza una frase. La
voce di tutte esce limpida e sonora, nessuna accavalla fonemi o tiene la bocca troppo
stretta per risultare intellegibile. Tutte hanno preso gusto a questa “parlata in
balenese” che permette a ciascuna di capire ed essere capita.

venerdì 10 aprile 2020

Fare teatro a distanza: da narrazione a recitazione

I bambini che partecipano in streaming al laboratorio di logoteatroterapia hanno realizzato piccoli pupazzi, o burattini, con i rotoli terminati di carta igienica. I burattini raffigurano i personaggi delle storie su cui stavamo lavorando, e che loro stessi avrebbero interpretato a teatro, se non ci fosse stato il COVID-19 a mandare all’aria tutti i nostri piani. Ma non per questo il lavoro si ferma, semplicemente prende un’altra strada ed esercita nuove competenze.
La realizzazione dei burattini ha messo in moto la creatività di ciascuno e la motricità fine, necessaria a incollare, ritagliare, colorare, aggiungere accessori. Inoltre i burattini si possono agevolmente muovere: il rotolo è cavo, quindi si possono infilare dentro le dita e fingere che il personaggio stia camminando o correndo. Ma il lavoro più interessante è stato la trasformazione della storia narrata a battute recitate. Ciascuno dei partecipanti conosce la propria storia molto bene, l’ha narrata più volte per fissarla nella memoria a lungo termine. Ma nessuno si era mai esercitato a improvvisare battute che trasformassero la narrazione in lingua parlata. Per esempio: “...il professor Terribilis entrò in classe sbattendo la porta, prese il registro e iniziò a fare l’appello...” è diventato:
Professore: Buongiorno ragazzi. Oggi interrogo e guai a chi non ha studiato! Ecco il registro, comincio a fare l’appello...
E così via. Ogni bambino tiene in mano il suo burattino e si sforza di farlo parlare in maniera del tutto congrua e contestuale alla storia e alle caratteristiche del personaggio.
Anche a scuola si esercita spesso il passaggio da discorso indiretto a discorso diretto, ma tale competenza mette radici più profonde negli apprendimenti di ciascuno, se viene utilizzato il proprio burattino, costruito con amore e pazienza, per raggiungere l’obiettivo:

mercoledì 1 aprile 2020

Fare teatro in videochiamata streaming

In questo momento così delicato e difficile il laboratorio di Logoteatroterapia va
avanti con l’unica modalità possibile: incontrare i bambini e ragazzi tramite video
chiamate. Numerose sono le possibilità alla nostra portata, basta scegliere la migliore
piattaforma per potersi incontrare, guardarsi negli occhi, sorridersi e tentare di
proseguire il lavoro che stavamo portando avanti insieme.
Di certo non è possibile compiere la maggior parte dei giochi e degli esercizi che
abbiamo sempre fatto insieme, dal vivo. Ma questa nuova modalità di incontro ci fa
inevitabilmente “abbandonare un po’ di zavorra” portandoci a focalizzare l’attenzione
su obiettivi minimi ma indispensabili, per continuare a esercitare gli elementi
necessari, imprescindibili della comunicazione.
Innanzi tutto lavoriamo sul contatto oculare: parlandoci tramite lo schermo del pc
dobbiamo per forza prolungare il contatto visivo con chi sta dall’altra parte. Di
conseguenza vengono allungati i tempi attentivi e la concentrazione. In seconda
Cecilia Moreschi
istanza ciascuno è stimolato a formulare frasi il più possibile chiare, diminuendo le
inflessioni dialettali, rallentando l’eloquio, articolando sempre più correttamente
affinché il messaggio che si vuole trasmettere sia il più possibile chiaro e pulito. Sono
quasi completamente diminuite le distrazioni, dal guardare lo smartphone all’alzarsi
per andare in bagno, o interrompersi a causa di rumori di sottofondo che in altri tempi
avrebbero fatto voltare la testa a molti di noi. Perché il tempo che trascorriamo
insieme è prezioso e non ne va perso nemmeno un frammento.
La prima video chiamata con Andrea (nome di fantasia) durò pochi minuti. Il ragazzo
affetto da ipoacusia, non riusciva a comprendermi tramite il video e perse ben presto la
pazienza. Ma la settimana successiva andò un po’ meglio, quando si rese conto che
solo guardandomi tutto il tempo avremmo potuto continuare a raccontarci la storia su
cui stavamo lavorando. E la terza settimana non solo era prontissimo all’ora stabilita,
ma lavorò con me per il doppio del tempo, non interrompendo mai il contatto oculare.
Oltre a raccontarmi la vicenda di Ulisse, che aveva studiato durante tutta la settimana,
presto si alzò in piedi e me ne recitò dei brani, mimando di volta in volta Polifemo,
Ulisse legato per non cedere al canto delle sirene, i Proci che non riescono a tendere
l’arco nel capitolo finale.

Con Rossana (nome di fantasia), bambina di quinta elementare anche lei affetta da
ipoacusia, abbiamo iniziato a lavorare sulle rime. Per fortuna disponiamo dello stesso
libro di poesie, ed è proprio grazie alla lettura di alcune di esse che la bimba riesce a
comprendere la sonorità, il ritmo del verso e le parole che fanno rima. Si focalizza
moltissimo sulla lettura labiale, esclude gli altri rumori della stanza, la sua attenzione
uditiva è tutta per la mia voce che le recita una filastrocca. Riesce a distinguere tra la
rima baciata e la rima alternata, fino a comporre lei stessa un breve poesia.
Con altre bambine lavoriamo in ascolto sulla percezione della durata del suono, con i
più piccini sul significato delle espressioni del viso e l’associazione di frasi adeguate
alle varie espressività.
Ad altri ancora propongo la costruzione di una sorta di burattini che reciteranno le
storie che stavamo preparando, realizzati con materiali di recupero che in questo
momento ciascuno di noi ha a portata di mano.
Dopo ogni video chiamata ci salutiamo con un piccolo incarico, un compito
assegnato che i bambini e i ragazzi devono portare avanti fino al prossimo
appuntamento e che dona loro la giusta motivazione per continuare a lavorare, a
impegnarsi.
Tutti noi speriamo che questo tempo di reclusione termini al più presto. Ma
nell’attesa, cerchiamo di fare in modo che per i più piccoli sia un tempo pieno di cose
da imparare, ricco di oggetti da creare e di storie da raccontare.

domenica 1 marzo 2020

Valore della lentezza nella Logoteatroterapia

In tutti i laboratori teatrali arriva il momento in cui occorre abbandonare i giochi, le esercitazioni, le esplorazioni e le improvvisazioni per concentrarsi sullo spettacolo da mettere in scena.
Il laboratorio di logoteatroterapia non fa eccezione. Anzi, a differenza di altre validissime espressioni teatro terapeutiche, confida fermamente nella capacità di ogni essere umano di salire su un palco davanti al pubblico e trovare il coraggio di realizzare una performance, anche piccola o breve (ma chi può dire cosa sia piccolo o meno?).
Eppure, come ho avuto modo di spiegare altre volte, la caratteristica della logoteatroterapia è la lentezza. Pertanto, ci prendiamo il lusso non solo di narrare la storia da mettere in scena ai giovani attori con molta calma, ma è consigliato fermarsi spesso per fare pause e consolidare ciò che si è raccontato sino a quel momento, per verificarne la comprensione, i personaggi, i passaggi e le concatenazioni causa-effetto. Ed ecco che il lavoro viene arricchito sempre più da ogni singola occasione in cui imparare qualcosa di nuovo.
Durante un laboratorio di qualche giorno addietro, mentre illustravo la storia prescelta alle mie giovani ed effervescenti attrici, affette da ipoacusia e DSA, ho usato il modo di dire “in tutta Italia accade che...”. Ma subito mi fermo e chiedo: sapete cosa voglia dire che una cosa accade in tutta Italia? Le ragazze rispondono a mezza bocca, non sanno come rispondere. Pertanto metto in
Cecilia Moreschi
pausa la storia e prendo un foglio. Disegno la caratteristica sagoma del nostro paese e metto un puntino al centro, scrivendoci sopra Roma. Poi domando loro quali altre città conoscono, dove sono state, qual è il paese dei nonni e così via. Man mano che nominano una città la aggiungo sulla cartina improvvisata. Presto quest’ultima è piena di puntini e scritte, e da nord a sud siamo arrivate a nominare più di venti località. Le ragazze vorrebbero continuare ma a quel punto sono io che le fermo e riconduco il nostro disegno all’apprendimento che volevo raggiungere: dire “In tutta Italia” equivale ad affermare che qualcosa è accaduto in moltissime (ma non proprio tutte!) città del cosiddetto Belpaese.
Le ragazze sorridono, hanno afferrato alla perfezione. Certo, avrei potuto prendere l’atlante con la cartina già pronta e guardare direttamente quella. Ma il valore di una cosa fatta da noi è immensamente più grande.
Come afferma Edgar Dale, teorico statunitense della Piramide dell’Apprendimento, qualsiasi esso sia, resta in memoria al 90% in più qualora ci sia stato un attivo coinvolgimento nel perseguirlo.
Il laboratorio di logoteatroterapia è stato ancora una volta un pretesto per raggiungere qualcos’altro, con leggerezza e divertimento. Nella preziosa forma di mezzo e non di fine.

domenica 23 febbraio 2020

Gli altri sono il nostro specchio

È innegabile, dico ai ragazzi qualche giorno fa durante un laboratorio, il fatto che nessuno di noi abbia a disposizione uno specchio sempre presente accanto a se stesso, che possa mostrargli le proprie azioni, le proprie espressioni, in una parola come si comporta con gli altri. Sarebbe comodo per farci rendere conto se a volte esageriamo, ma non lo abbiamo. Il nostro specchio sono gli altri. Io vedo
Cecilia Moreschi
le persone accanto a me, loro vedono me. E se mi rimandano che un mio atteggiamento o comportamento dà loro fastidio, devo prenderne atto in quanto loro sono il mio specchio vivente, che mi racconta qualcosa di me.
Però nel laboratorio di logoteatroterapia possiamo giocare a scambiarci i ruoli, permettendoci il lusso per un momento di interpretare ciascuno il ruolo e i comportamenti dell’altro. Ecco quindi che il ragazzo affetto da iperattività diviene la sua terapista, seria e composta; ecco che quest’ultima si diverte a muoversi in continuazione, fare mille richieste, non ascoltare, distrarsi. Dallo scambio dei ruoli, ciascuno afferra meglio qualcosa di se stesso, e il trovarsi nei panni dell’altro fa comprendere meglio le azioni e reazioni di quest’ultimo.
I rapporti si rasserenano, subentra la messa in discussione reciproca, finché una bella risata permette a tutti di sdrammatizzare. E di ricominciare.

martedì 11 febbraio 2020

Azione astratta: inizio, svolgimento e fine

Qualche giorno fa, conduco un laboratorio di logoteatroterapia con un gruppo di 5 adulti, due uomini e tre donne, affetti da disabilità intellettiva in varie forme, unita a ipoacusia, disturbo d'ansia, disprassia e difficoltà linguistiche.

Iniziamo con piccoli movimenti di scioglimento corporeo, che ciascuno deve ideare e proporre al gruppo.

Proseguiamo con camminate buffe nello spazio, anche stavolta ideate da ognuno dei partecipanti.

Resto felicemente sorpresa dal fatto che i miei
Cecilia Moreschi
attori, dopo alcuni mesi di laboratorio, abbiano autonomamente introiettato il concetto di azione astratta, l'inizio il suo svolgimento e soprattutto l'autoregolazione che determina la fine dell'azione, senza che alcun operatore debba intervenire per chiedere di terminare e passare il turno a chi viene dopo.

Le varie entrate in scena, con svolgimento di quest’ultima e conseguente uscita al suo temine hanno di certo contribuito alla consapevolezza di inizio, svolgimento e fine, indispensabili abilità per la vita quotidiana.

domenica 19 gennaio 2020

Tutti in posa: facciamo una foto

Laboratorio. Cinque bambini di nove anni affetti da ipoacusia, disabilità intellettiva, ritardo di linguaggio e iperattività, sono davvero meravigliosi. Ormai sanno perfettamente riempire adeguatamente lo spazio, camminare conservando le giuste distanze, fermarsi allo stop, attivare e mantenere il contatto oculare. Introduco quindi il concetto del numero: al segnale di stop, il gruppo dovrà formare dei sottogruppi con tanti partecipanti quant’è il numero suggerito dal conduttore. Dopo alcuni minuti, il sottogruppo dovrà anche prendere e mantenere per qualche secondo una qualsiasi posizione, nella quale i corpi entrino in contatto e comunichino tra di loro senza l’ausilio delle parole. Ed ecco che qui sorgono alcune difficoltà: mantenere una
posizione espressiva per qualche secondo, inibendo sia l’azione verbale che quella motoria ma sostenendo il contatto oculare, comincia a essere troppo per i miei giovani attori. Qualcuno cambia posizione spesso, qualcun altro ridacchia o commenta le posizioni degli altri. Insomma si sta rompendo quella speciale atmosfera di rilassamento unito a concentrazione e attenzione ottenuta fino a qualche momento fa. Ed è in quel momento che mi viene un’idea: facciamo delle foto!
Chiedo alla terapista che sta seduta e dà i comandi di fingere di fare una foto ai partecipanti al momento della posizione in gruppetti: questi ultimi dovranno “mettersi in posa” finché la terapista non finge di scattare il clic. La finzione scenica del realizzare una foto opera istantaneamente una magia: al segnale di stop i corpi si fermano, si formano i sottogruppi, si prende una posizione allegra o buffa e si attende con tutta la calma e l’attenzione necessaria finché viene scattato il clic. I ragazzi ci prendono talmente gusto che vorrebbero continuare a “fare le foto” anche per la mezz’ora successiva.
Il loro corpo sperimenta il movimento e la stasi, nella comunicazione con il corpo degli altri, senza alcuna fatica; solo grazie al “fare finta di fare una foto”. La finzione, il gioco, la cornice fantastica rendono tutto più facile e più divertente.

sabato 7 dicembre 2019

Emozione nello spazio

Mi trovo a condurre un’attività di logoteatroterapia in un gruppo in cui è presente Cristina – nome fittizio - bambina di 9 anni. Affetta da ritardo di linguaggio e disturbo misto del linguaggio espressivo, con una bassa autostima, Cristina ha recuperato moltissimo e ora parla fluentemente, con un vocabolario abbastanza ricco e frasi complesse. Permane, tuttavia, una forte inibizione a prendersi il suo spazio, a fare delle scelte, a esprimere chiaramente i suoi desideri o ciò che non le piace. Inoltre mostra grandi difficoltà non solo a interpretare le emozioni, a causa anche di una leggera ipotonia dei muscoli facciali, ma anche a riconoscerle laddove le veda espresse nel viso e nella postura di chi le sta accanto. Propongo quindi alcuni giochi propri del laboratorio di logoteatroterapia. Iniziamo con macro movimenti nello spazio, in cui tutto il corpo scioglie le contratture muscolari, respira profondamente, e comincia a giocare e divertirsi, immaginando di aver preso la scossa o di essere una foglia portata dal vento. Poi ci concentriamo sull’espressività emozionale in posizione statica, facendo sempre tutti insieme
Cecilia Moreschi
cosicché Cristina possa sbirciare quel che fanno gli altri e aiutarsi con le informazioni che reperisce. Quindi passiamo alle entrate in scena singole, in cui ciascun attore deve interpretare un’emozione scelta da un altro, associata a una battuta ideata da un terzo. Qui entrano in gioco lo spazio e il tempo: l’attore che recita dovrà mantenere l’emozione interpretata corporalmente per tutto il tempo in cui durerà la sua performance, attraversando lo spazio scenico da sinistra a destra.
Quando arriva il momento di Cristina, la bambina è talmente preda dell’ansia da prestazione da fare un solo passo e pronunciare tutta la battuta, pur di sbrigarsi a terminare il compito assegnato. Di conseguenza non sa più che fare, come riempire lo spazio rimanente fino a poter finalmente uscire di scena.
Le dico che è stata bravissima, il che è vero dato lo sforzo di memoria a breve termine, di articolazione e voce prosodica per la recitazione ed espressione corporale. Affermo che è talmente brava che il pubblico vuole vederla meglio. Le chiedo quindi di contare almeno tre passi quando entra in scena, così da trovarsi un po’ più al centro. Lì potrà recitare comodamente la battuta e avrà solo altri pochi passi da compiere per conquistare finalmente la quinta d’uscita. Cristina riprova, le dico che abbiamo molto tempo a nostra disposizione e non deve sbrigarsi. Conta i tre passi, si trova al centro. Riesce a recitare con più calma e ora è più facile mantenere l’attenzione corporale all’emozione fino alla fine. È un grande sforzo per lei, ma uno scrosciante applauso finale sancisce il ringraziamento per tutto il suo impegno e le piccole conquiste raggiunte.

sabato 30 novembre 2019

Nello studio del dottore

Martedì pomeriggio.
Laboratorio con bambini di quarta e quinta elementare affetti da DSA, lieve
inibizione motoria e verbale, disorganizzazione spazio-temporale, autismo.
I primi sono molto attaccati al concreto, a volte mostrano timidezza, riescono a
comunicare con frasi spesso ridotte al minimo, faticano a utilizzare fantasia e
creatività. Il bambino affetto da autismo, al contrario, oltre a non sostenere quasi mai
il contatto oculare, spesso si perde nei suoi pensieri, inizia discorsi lunghi e complessi
ma non contestuali, necessita di essere riportato al “qui e ora” numerose volte.
Molto bene, il laboratorio teatrale è proprio quello che fa per noi! Dopo qualche
gioco in cui abbiamo esercitato il rispetto del turno, il rispetto dello spazio,
l’espressività corporale e vocale, la creatività, chiedo ai bambini di realizzare
un’improvvisazione insieme a me. Ne sono entusiasti, a tutti loro piace recitare,
ritrovandosi in personaggi diversi da se stessi, ai quali è concesso essere un po’
eccessivi, buffi, fuori dalle regole e dagli schemi.
Cominciamo, dunque. Il bambino affetto da autismo sarà il dottore, che riceve nel suo
studio una lunga fila di pazienti affetti dalle malattie più strane, con effetti
imprevedibili e oggettivamente difficili da curare. I bambini si concentrano, ciascuno
sceglie la propria patologia inventata, e
Cecilia Moreschi
perfettamente organizzati nel tempo e nello
spazio, entrano in scena. Ecco che il teatro ancora una volta attua la sua magia: i
bambini più inibiti riescono a inventare ed esprimere con il corpo idee buffe,
fantasiose, che finalmente si sganciano dalla rigida realtà alla quale troppo spesso
sono ancorati. E il bambino che recita la parte del dottore si concentra talmente da
entrare nel ruolo con grande serietà, dando consigli e facendo prescrizioni assolutamente
adeguate a ogni sintomatologia che gli viene mostrata, guardando negli occhi il
paziente, aspettando il proprio turno per parlare senza sovrapporsi all’altro.
Il tempo trascorre veloce, è purtroppo ora di salutarci. Tutti i bambini restano male,
dicono “ma come, di già?”. Si stavano talmente divertendo che non avrebbero voluto
smettere.
Bene, un motivo in più per rivederci e continuare insieme questo straordinario viaggio.

domenica 24 novembre 2019

Gli oggetti il corpo e il linguaggio

Come ci insegna il Metodo Verbo Tonale*, tutto il corpo partecipa attivamente alla corretta acquisizione di fonemi, necessari per la formazione di parole e quindi di frasi. Percepisce il suono e supporta enormemente gli organi fonatori al momento della riproduzione. Partecipa attivamente all’atto comunicativo, al linguaggio. Inoltre, ci offre molte informazioni laddove ci sia una caduta proprio in questo aspetto.
Un giovedì mattina conduco un laboratorio con bambini di seconda elementare. Tra loro, una bimba bellissima ha già fatto con enormi successi un percorso di logopedia, che l’ha aiutata a superare il ritardo di linguaggio dal quale era affetta. Ora si esprime molto bene, anche se talvolta permane un leggero sovraffollamento di fonemi, specialmente in frasi lunghe o appena più complesse di quella minima.
Propongo il gioco delle trasformazioni dell’oggetto. Abbiamo in mano una penna e possiamo tramutarla in tutto ciò che vogliamo, grazie a piccole azioni sceniche. I bambini accolgono il gioco con entusiasmo e iniziano a pensare, per poi agire. Qualcuno usa la penna come se fosse il rossetto della mamma, qualcun altro come un cannocchiale, o un cucchiaio per la minestra e così via. La nostra piccola protagonista aspetta ansiosamente il suo turno, ha già avuto l’idea e non vede l’ora di metterla in pratica. Finalmente arriviamo a lei e l’azione che realizza
Cecilia Moreschi
coinvolge in realtà due oggetti: la penna nelle sue mani diviene prima una matita, poi una gomma da cancellare. Né la mia spiegazione, né l’aver visto i compagni trasformare in un solo oggetto - e non due - l’hanno resa cosciente del fatto che la sua idea coinvolgeva invece due oggetti distinti e separati. Con grande calma e delicatezza le faccio notare che gli oggetti scelti sono due ed è necessario che soffermi la sua attenzione su uno solo. La bimba comprende, ripete l’azione, è bravissima.
Tuttavia, mi trovo a riflettere su ciò che è appena accaduto: il corpo non mente, il corpo parla, il corpo comunica. Il suo ci ha fatto comprendere come ancora ci siano piccoli momenti di “sovraffollamento” non solo linguistico, che grazie al grande gioco del teatro, possiamo andare a sciogliere, a ordinare nel tempo e nello spazio, per una sua sempre migliore comunicazione col mondo che la circonda.

*Ideato negli anni ‘50 dal professor Petar Guberina.

sabato 2 novembre 2019

Ragazzi e ascolto

Giovedì pomeriggio mi ritrovo con quattro ragazzi delle scuole medie, affetti da DSA, iperattività, cadute sulla memoria, sull’attenzione e la concentrazione. Il tutto si riversa non solo sugli apprendimenti scolastici ma anche sull’eloquio, che risulta frettoloso, poco intellegibile, con scarsissime pause e una ridotta respirazione.
Oggi i ragazzi si parlano addosso senza ascoltarsi. Vorrebbero la mia attenzione ma non sono in grado di accorgersi se li sto ascoltando oppure no. Dopo aver ottenuto il silenzio, chiedo a ciascuno di raccontare ciò che stavano dicendo gli altri. Quindi propongo un gioco: ognuno verrà bombardato di domande ma non può assolutamente rispondere, attivando pertanto le facoltà inibitorie. Successivamente alle domande dovrà rispondere con una sola parola del tutto incongrua (per esempio "Come stai oggi?" "Pavimento") aggiungendo l’ideazione all’inibizione. Passiamo ora a un ascolto corporale, utilizzando camminate buffe a cui il corpo di ciascuno deve associarsi, per poi trovare la camminata
Cecilia Moreschi
opposta, contraria; anche questo fa parte dell’ascolto: solo se ascoltiamo e comprendiamo alla perfezione il messaggio, siamo in grado di trovare l’opposto. Infine utilizziamo il gioco dello specchio, per aggiungere all’ascolto, all’inibizione, all’ideazione corporea, anche la concentrazione.
La settimana successiva i ragazzi arrivano calmi, rilassati. Non parlano a manetta come la volta precedente. Ma quando chiedo loro di dirmi cosa abbiamo fatto nell’ultimo incontro, mostrano enormi difficoltà a ricordare. Devo dargli alcuni elementi iniziali per far sì che la loro memoria si attivi. Quindi camminiamo per la stanza sciogliendo un po’ i muscoli affinché il loro corpo si rilassi e si liberi da tensioni. Successivamente chiedo loro di effettuare camminate più sostenute, con sguardo ben puntato verso la direzione intrapresa e continui cambi di direzione, per riattivare la concentrazione. A questo punto propongo un gioco sull’ascolto e la memoria a breve termine, che una volta concluso ci conduce alla nostra ultima attività: un’improvvisazione in classe con una delle terapiste che interpreta la professoressa. Ogni ragazzo doveva scegliere la caratterizzazione del compagno. Le scelte sono: il perfettino, il secchione, il menefreghista, il maleducato.
I ragazzi si mettono in gioco e recitano una scena simpatica e ben organizzata. Chiedono anche a noi di fare lo stesso, pertanto li sostituiamo nello spazio scenico e ci accingiamo a recitare interpretando le stesse caratterizzazioni. Ma la nostra scena è caotica, ciascuna prevarica le altre nel tentativo di mostrare il proprio personaggio. Non ci ascoltiamo, non ci lasciamo spazio. Commettiamo esattamente lo stesso errore compiuto dai ragazzi la settimana scorsa.
I ragazzi, con garbo e gentilezza, non mancano di farcelo notare. Hanno ragione. A volte anche noi adulti dovremmo fermarci un po’ di più, e ascoltarci.

mercoledì 23 ottobre 2019

La tristezza e il formaggio

Giorni fa conduco un laboratorio con sette bambini di età prescolare, affetti da ipoacusia, ritardo di linguaggio, ritardo generalizzato dello sviluppo. Dopo aver giocato per qualche minuto, divido lo spazio scenico - in cui si agisce, si recita - dallo spazio in cui c'è il pubblico, dal quale si guarda. Per agganciare ciò che stiamo facendo al loro vissuto, chiedo se qualche volta sono stati a teatro, in platea, ma tutti rispondono negativamente.
Magari al cinema? Sì, certo, al cinema sì! Alcuni occhietti si illuminano e si affaccia alla memoria di qualcuno l'esperienza vissuta con la mamma o il papà, a vedere Toy Story 4, per esempio.
Benissimo - continuo - nello stesso modo in cui al cinema siamo tutti seduti vicini per guardare lo schermo dove il film viene proiettato, anche a teatro gli spettatori sono seduti uno accanto all'altro, orientati verso il palco, pronti ad assistere allo spettacolo.
Cecilia Moreschi
Oggi noi saremo sia il pubblico che guarda che gli attori che recitano.
Infatti, con l'aiuto di una collega, entro in scena da sinistra e fingo di essere triste. La collega ha il compito di cercare a farmi sorridere, e per riuscirci finge di portarmi una scatola di cioccolatini. Tutti i bambini dal pubblico seguono attenti e totalmente interessati, alcuni con un pizzico di trepidazione. Al sopraggiungere del sorriso sul mio volto, nasce spontaneo l'applauso unito al vociare festoso e allegro.
Ora viene il bello, dico loro, adesso tocca a voi. Ciascuno deve entrare in scena da destra, non dare le spalle al pubblico, parlare con me guardandomi negli occhi e trovare un'idea che riesca a farmi sorridere. Quindi fingere di avere in mano l’oggetto pensato, atteggiando le mani come se davvero portassero qualcosa.
Ciascun bambino non si fa pregare per venire a recitare con me. Tutti hanno idee carine e divertenti, entrano in relazione con la mia tristezza ma sono felici di tramutarla in gioia. Uno dei bambini fa morir dal ridere tutti quando afferma di avermi portato... il formaggio!
Nessuno scalpita per andare prima degli altri, nessuno si tira indietro, ciascuno viene a recitare seguendo un ordine immaginario ed esaustivo. Al termine, un grande applauso sancisce la fine di tutte le nostre improvvisazioni.
Passano tre giorni, ecco che siamo al lunedì successivo. Incontro il bambino del formaggio con la mamma. Mi saluta con un gran sorriso, ricorda alla perfezione il mio nome (che prima non rammentava) e la mamma mi racconta che venerdì sera ha chiesto ai genitori il significato della tristezza, quand'è che si diventa tristi, e altresì quali sono i modi per tornare a sorridere. Evidentemente ha sentito l’esigenza di approfondire l'emozione che aveva visto recitata da me. Dal mio racconto della nostra attività del venerdì mattina, la mamma ha finalmente compreso il perché di tutta quella curiosità.
Non cessa mai di stupirmi quanto gli apprendimenti di qualsiasi argomento o tematica, siano inevitabilmente potenziati dall’esperienza teatrale, in cui ci si trova a vivere, sperimentare in prima persona, con il corpo, pensieri e sentimenti. L’esperienza condivisa assieme sul palco pianta pertanto radici profonde, suscita domande, fa riflettere e aiuta a comprendere meglio se stessi e gli altri.