mercoledì 23 ottobre 2019

La tristezza e il formaggio

Giorni fa conduco un laboratorio con sette bambini di età prescolare, affetti da ipoacusia, ritardo di linguaggio, ritardo generalizzato dello sviluppo. Dopo aver giocato per qualche minuto, divido lo spazio scenico - in cui si agisce, si recita - dallo spazio in cui c'è il pubblico, dal quale si guarda. Per agganciare ciò che stiamo facendo al loro vissuto, chiedo se qualche volta sono stati a teatro, in platea, ma tutti rispondono negativamente.
Magari al cinema? Sì, certo, al cinema sì! Alcuni occhietti si illuminano e si affaccia alla memoria di qualcuno l'esperienza vissuta con la mamma o il papà, a vedere Toy Story 4, per esempio.
Benissimo - continuo - nello stesso modo in cui al cinema siamo tutti seduti vicini per guardare lo schermo dove il film viene proiettato, anche a teatro gli spettatori sono seduti uno accanto all'altro, orientati verso il palco, pronti ad assistere allo spettacolo.
Cecilia Moreschi
Oggi noi saremo sia il pubblico che guarda che gli attori che recitano.
Infatti, con l'aiuto di una collega, entro in scena da sinistra e fingo di essere triste. La collega ha il compito di cercare a farmi sorridere, e per riuscirci finge di portarmi una scatola di cioccolatini. Tutti i bambini dal pubblico seguono attenti e totalmente interessati, alcuni con un pizzico di trepidazione. Al sopraggiungere del sorriso sul mio volto, nasce spontaneo l'applauso unito al vociare festoso e allegro.
Ora viene il bello, dico loro, adesso tocca a voi. Ciascuno deve entrare in scena da destra, non dare le spalle al pubblico, parlare con me guardandomi negli occhi e trovare un'idea che riesca a farmi sorridere. Quindi fingere di avere in mano l’oggetto pensato, atteggiando le mani come se davvero portassero qualcosa.
Ciascun bambino non si fa pregare per venire a recitare con me. Tutti hanno idee carine e divertenti, entrano in relazione con la mia tristezza ma sono felici di tramutarla in gioia. Uno dei bambini fa morir dal ridere tutti quando afferma di avermi portato... il formaggio!
Nessuno scalpita per andare prima degli altri, nessuno si tira indietro, ciascuno viene a recitare seguendo un ordine immaginario ed esaustivo. Al termine, un grande applauso sancisce la fine di tutte le nostre improvvisazioni.
Passano tre giorni, ecco che siamo al lunedì successivo. Incontro il bambino del formaggio con la mamma. Mi saluta con un gran sorriso, ricorda alla perfezione il mio nome (che prima non rammentava) e la mamma mi racconta che venerdì sera ha chiesto ai genitori il significato della tristezza, quand'è che si diventa tristi, e altresì quali sono i modi per tornare a sorridere. Evidentemente ha sentito l’esigenza di approfondire l'emozione che aveva visto recitata da me. Dal mio racconto della nostra attività del venerdì mattina, la mamma ha finalmente compreso il perché di tutta quella curiosità.
Non cessa mai di stupirmi quanto gli apprendimenti di qualsiasi argomento o tematica, siano inevitabilmente potenziati dall’esperienza teatrale, in cui ci si trova a vivere, sperimentare in prima persona, con il corpo, pensieri e sentimenti. L’esperienza condivisa assieme sul palco pianta pertanto radici profonde, suscita domande, fa riflettere e aiuta a comprendere meglio se stessi e gli altri.

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