La preparazione della messa in scena di vari spettacoli, che culmineranno con la performance a teatro di fronte a un folto pubblico, è l’occasione per affinare la strada percorsa nei mesi di laboratorio di logoteatroterapia; per verificare se determinati apprendimenti si sono stabilizzati nella memoria dei nostri giovani allievi; per sperimentare altresì la capacità di questi ultimi di generalizzare, ovvero traslare un obiettivo raggiunto da un contesto a un altro, a seconda delle necessità.
E poi ci sono avvenimenti che accadono solo durante la preparazione di uno spettacolo. Sono momenti preziosi, ai quali è sempre necessario porre la giusta attenzione.
Con un piccolo gruppo di ragazzi stiamo provando una scena ispirata alla celebre fiaba di Biancaneve. Eccoci al momento in cui la perfida regina chiama il cacciatore al suo cospetto per ordinargli di sopprimere la principessa. Per implementare sempre più il linguaggio spontaneo congruo e contestuale, invito gli attori a improvvisare le battute corrispondenti, ma Salvatore (nome di fantasia) inizia subito a discutere con l’attrice che interpreta la regina in merito al suo rifiuto di portare la principessa nel bosco e farle fare una brutta fine. Interrompo le prove e tento di riflettere insieme a Salvatore sul fatto che la regina ancora non ha formulato la domanda al cacciatore, pertanto costui non può fornire già la risposta. Ma lo spettro autistico da cui è affetto il mio giovane attore fa sì che egli non riesca a distinguere i suoi pensieri da quelli del personaggio. Pur conoscendo la fiaba a menadito, a Salvatore viene naturale saltare a piè pari il momento della convocazione per interpretare direttamente l’angoscia del suo personaggio. Continua a ripetermi che il cacciatore è buono e non vuole fare del male a Biancaneve. Finalmente riesco a mettere in pausa il suo discorso e i suoi pensieri; gli spiego che quello che sa lui in questo momento non coincide con ciò che sa il personaggio che deve interpretare; e che tutti noi, quando recitiamo, siamo al contempo due persone diverse: noi stessi e il personaggio che stiamo interpretando. Le mie parole gli fanno sorgere un ragionevole dubbio ma nulla di più; quindi lo invito a sedersi e a guardare la scena dall’esterno. Mi dispongo a fare la sua parte ripetendo le battute che ha utilizzato la prima volta, e il ragazzo si rende subito conto che non hanno niente a che vedere con quelle della regina: è lui stavolta a farmi notare che il cacciatore “ancora non lo sa cosa gli chiederà la regina”. Capisco dalla luce che si accende nei suoi occhi che ora è finalmente tutto chiaro: Salvatore mi chiede di riprendere la scena e stavolta è del tutto adeguato. Riesce senza alcuna fatica a interpretare il cacciatore ed esprimere i pensieri e le emozioni di quest’ultimo, non i suoi.
La Teoria della Mente è la capacità dell’essere umano di riconoscere che ciascuno ha stati mentali differenti e che agisce in base ad essi. Nulla quanto il teatro allena tutti noi non solo a riconoscerli ma addirittura a viverli.
La settimana successiva Salvatore recita nuovamente il cacciatore.
Ed è semplicemente perfetto.
Di Cecilia Moreschi
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