Questa è la storia di Davide, lo chiameremo così. Adolescente con una famiglia sfasciata alle spalle ma sempre vestito all’ultima moda, con scarpe costose, smartphone e tablet di ultima generazione.
Inoltre, ha problemi di udito.
È come se non sapesse proprio comportarsi. Siede scomposto, non guarda negli occhi, risponde male. Mi accorgo che tutto ciò è spesso dovuto a una difficoltà nel comprendere il mondo in cui si trova. Gli oggetti sono più importanti delle persone. Averli e possederli accende enormemente il suo interesse rispetto a tutto il resto. Per lui conta poco o nulla imparare, comprendere gli altri ragazzi o riuscire a entrare in relazione con loro, a meno che non possa ottenere qualcosa in cambio. L’accordo con i suoi genitori infatti è basato sul quieto vivere purché lui faccia il minimo indispensabile a scuola, per poi guadagnarsi il premio atteso: soldi, vestiti di marca, oggetti da mostrare come bracciali, occhiali da sole e così via.
Eppure vi sono brevi momenti in cui Davide ci guarda e sorride. Attimi rari in cui i suoi occhi brillano, magari perché qualcuno di noi è riuscito a farlo ridere. Finché un giorno smette di stare solo a guardare gli altri e chiede di provare anche lui qualche gioco. Per un’ora dimentica i bei vestiti e gli oggetti costosi: partecipa, entra in relazione, stabilisce un contatto con il gruppo, e soprattutto ride.
Arriva quindi il momento in cui è richiesto un maggiore impegno da parte sua.
A un tratto sembra avere paura di non farcela, ammette di essere in difficoltà e ogni tanto mi confida di soffrire al pensiero che gli altri siano più bravi di lui.
Almeno un paio di volte Davide torna preda delle vecchie abitudini. Si rimette in disparte, affermando di non voler continuare perché trova tutto molto difficile e che questa fatica la ritiene inutile.
Ciò malgrado, lo vedo che osserva di nascosto gli altri che continuano a provarci, che magari fanno degli errori, ma ne ridono, ricominciano e accettano i suggerimenti per migliorare sapendo che non si può essere sempre perfetti.
Così, ricordo a tutti che nulla si costruisce in un giorno e che per le cose belle occorre impegno e un pizzico di fatica.
Forse è merito dell’osservare gli altri, forse ritorna in lui il sentimento positivo provato in precedenza, tant’è che all’improvviso Davide si alza dalla sedia e chiede di riprendere a giocare con noi.
Bravo, gli dico. Non mollare alle prime difficoltà. Continua e porta a termine ciò che hai iniziato anche se la gratificazione arriverà solo più avanti. Ce la farai. Ce la farai per tutta la tua vita.
Ecco, anche questo è la Logoteatroterapia.
Inoltre, ha problemi di udito.
È come se non sapesse proprio comportarsi. Siede scomposto, non guarda negli occhi, risponde male. Mi accorgo che tutto ciò è spesso dovuto a una difficoltà nel comprendere il mondo in cui si trova. Gli oggetti sono più importanti delle persone. Averli e possederli accende enormemente il suo interesse rispetto a tutto il resto. Per lui conta poco o nulla imparare, comprendere gli altri ragazzi o riuscire a entrare in relazione con loro, a meno che non possa ottenere qualcosa in cambio. L’accordo con i suoi genitori infatti è basato sul quieto vivere purché lui faccia il minimo indispensabile a scuola, per poi guadagnarsi il premio atteso: soldi, vestiti di marca, oggetti da mostrare come bracciali, occhiali da sole e così via.
Eppure vi sono brevi momenti in cui Davide ci guarda e sorride. Attimi rari in cui i suoi occhi brillano, magari perché qualcuno di noi è riuscito a farlo ridere. Finché un giorno smette di stare solo a guardare gli altri e chiede di provare anche lui qualche gioco. Per un’ora dimentica i bei vestiti e gli oggetti costosi: partecipa, entra in relazione, stabilisce un contatto con il gruppo, e soprattutto ride.
Arriva quindi il momento in cui è richiesto un maggiore impegno da parte sua.
A un tratto sembra avere paura di non farcela, ammette di essere in difficoltà e ogni tanto mi confida di soffrire al pensiero che gli altri siano più bravi di lui.
Almeno un paio di volte Davide torna preda delle vecchie abitudini. Si rimette in disparte, affermando di non voler continuare perché trova tutto molto difficile e che questa fatica la ritiene inutile.
Ciò malgrado, lo vedo che osserva di nascosto gli altri che continuano a provarci, che magari fanno degli errori, ma ne ridono, ricominciano e accettano i suggerimenti per migliorare sapendo che non si può essere sempre perfetti.
Così, ricordo a tutti che nulla si costruisce in un giorno e che per le cose belle occorre impegno e un pizzico di fatica.
Forse è merito dell’osservare gli altri, forse ritorna in lui il sentimento positivo provato in precedenza, tant’è che all’improvviso Davide si alza dalla sedia e chiede di riprendere a giocare con noi.
Bravo, gli dico. Non mollare alle prime difficoltà. Continua e porta a termine ciò che hai iniziato anche se la gratificazione arriverà solo più avanti. Ce la farai. Ce la farai per tutta la tua vita.
Ecco, anche questo è la Logoteatroterapia.
Commenti
Posta un commento