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La ragazza che sfidava tutti... poi successe questo

Rebecca aveva momenti di grande iperattività uniti a picchi di entusiasmo spesso esagerati, fuori contesto. Non era affatto facile contenerla, indurla a rispettare le regole e a eseguire le consegne scolastiche o aiutare la mamma in casa. Gli anni passano e l’iperattività si affievolisce, insieme agli sbalzi d’umore. Rebecca diviene fin troppo preoccupata del suo aspetto fisico: i vestiti, le scarpe, il trucco, gli accessori iniziano a ricoprire un’importanza notevole nella sua vita. E, a ben guardare, si fa strada in lei una nuova caratteristica, che spesso manda insegnanti, amici e genitori su tutte le furie: il Disturbo oppositivo/provocatorio. Oppositiva con l’adulto, provocatoria con i compagni, non di rado Rebecca si rifiuta categoricamente di compiere ciò che le viene chiesto e ancor più spesso fa l’esatto contrario, adducendo poi come scusa l’esser distratta, il non aver compreso, e persino che la responsabilità non sia sua bensì di uno a caso del gruppo dei pari. L’intelligenza e la creatività che la contraddistinguono si mettono in moto per farle creare rapidamente le storie più fantasiose a sostegno dell’azione scorretta. Viene invitata a partecipare a numerose sedute di differenti terapie, anche al mio laboratorio. All’interno del quale, decido di adottare la strategia del silenzio. Non appena infatti Rebecca non ascolta la consegna, smetto di parlare, fermo l’azione dell’intero gruppo, resto in silenzio e la guardo. Nient’altro. Faccio lo stesso quando con la coda dell’occhio mi accorgo dei piccoli dispetti ai danni di uno dei compagni: metto in pausa quel che stavamo facendo, non dico neppure una parola (sarebbe superfluo), la guardo. E non permetto a nessuno di riprendere finché la ragazzina non si rende conto e smette l’azione nociva. A chi mi chiede come mai sto adottando questa strategia, rispondo che il gruppo non può andare avanti se uno dei suoi membri, per qualche motivo, non è in linea con gli altri. Perché siamo tutti responsabili di ognuno. Pertanto, forniamo un lasso di tempo maggiore a chi ne ha bisogno, per permettere a ciascuno di godere pienamente dell’attività proposta e di far sì che essa sia foriera di nuovi apprendimenti, nuove conquiste. Nessuno resta indietro, mentre gli altri vanno avanti. Ci si ferma e si aspetta. 
Rebecca ben presto comprende. Sorride di sottecchi, non può utilizzare l’arma del battibecco con me(nel quale è bravissima), visto che io non l’ho rimproverata, ripresa, non ho detto assolutamente nulla. Vedo il suo corpo pian piano allentare la tensione, le spalle rilassarsi. È come se mollasse un peso. E, finalmente, inizia a giocare. Con me e con tutti.
Anche questo accade nel laboratorio di Logoteatroterapia.

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