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Dal “non ci riesco” al sorriso: una storia vera di Logoteatroterapia

Laura (nome di fantasia) viene spinta dalla sua terapista a partecipare a un laboratorio di Logoteatroterapia condotto da me. La bambina ha 10 anni e, oltre a essere molto carina, veste sempre come una piccola principessa in visita al regno vicino. Non solo: le sue lunghe gambe e le braccia magre si muovono con totale rigidità e spesso si attorcigliano al resto del corpo come a volerlo proteggere da chissà cosa. Estremamente timida e introversa, Laura non ha mai fatto teatro e non è difficile intuire dalla postura, dalle parole pronunciate a mezza bocca e dallo sguardo sfuggente, che vorrebbe essere a mille chilometri dalla stanza dove stiamo per iniziare. Per farla sentire appena un poco di più a suo agio, stravolgo velocemente il programma che avevo in mente e inizio con attività semplicissime, molto al di sotto di quel che lei e gli altri ragazzi potrebbero fare. Ma non basta. Trascorrono le settimane e ottengo pian piano qualche misero risultato ma niente più. Laura rifiuta di sedersi per terra, non accetta di essere toccata o toccare gli altri, sembra non aver mai sperimentato modi diversi dai soliti per muovere gli arti o camminare nello spazio. Si chiude di fronte a ogni nuova proposta, non afferra l’ironia, si spaventa quando sarebbe il suo turno di compiere una piccolissima performance. Ma la rigidità è forse l’elemento più difficile da scardinare, con la quale convive sia il corpo che la mente. Un pomeriggio infatti non ha alcuna intenzione di provare una nuova camminata; si mette a sedere, incrocia braccia e gambe, afferma di non saperlo fare e di non voler in alcun modo provarci. La sua terapista mi svela che questo succede spesso anche nel lavoro sugli apprendimenti o sui compiti scolastici. Quando Laura si chiude e decide di non voler fare una cosa, non c’è nulla che la smuova.
So bene quanto sia inutile insistere quando uno stato emotivo negativo ha preso in ostaggio la nostra mente e quindi per quel pomeriggio lascio stare. Ma la settimana successiva chiedo a tutti gli altri di compiere nello spazio camminate buffe e senza un significato apparente (una delle domande che Laura mi pone spesso è: che significa? oppure: a cosa serve? Incapace di lasciarsi andare al semplice movimento nello spazio senza bisogno che esso abbia un senso). Ciascuno quindi si lancia in andature comiche che fanno ridere tutti, anche Laura. La quale viene, giocoforza, attirata dal divertimento e quanto meno si mette a imitare insieme a tutti le varie camminate. Ma non le chiedo di trovarne una anche lei. Lascio che sia il gruppo dei pari a porre la domanda, come fosse la cosa più naturale del mondo. E a loro, Laura non può proprio dire di no. Cerca il mio sguardo, lo trova. Nei suoi occhi c’è una richiesta d’aiuto. Non è difficile intuire che la ragazzina non sappia proprio da che parte iniziare. Senza farmi vedere dagli altri, compio un piccolo movimento che le dia l’idea l’iniziale, sperando che sia sufficiente a far germogliare tutto il resto. E il miracolo accade. Riesce a fare qualche passo in un modo che non aveva mai sperimentato, ride, è felicemente sorpresa al vedere che gli altri accolgono la sua proposta e la imitano divertendosi. E dopo poco mi si avvicina e sussurra “ma allora sono divertente...” con un sorpresa mista a felicità; le confermo di sì. Il suo sorriso si fa più grande ma non c’è tempo di aggiungere altro: i compagni la invitano a gran voce a continuare il gioco e lei finalmente ci si butta, felice.
“Piccola principessa” penso fra me e me mentre la osservo correre e giocare “stai sconfiggendo il drago che ti tiene prigioniera. Benissimo, continua così”.

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